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«Traditi soprattutto dai sindacati»

SANTA MARINELLA. Disperati i cassintegrati del Consorzio Ri.Rei. che da un anno e mezzo pagano care le scelte della Unisan
Nel mirino il famoso corso di formazione promesso e mai effettuato

di GIAMPIERO BALDI

SANTA MARINELLA – Costretti alla cassa integrazione da ben 18 mesi, i dipendenti del Consorzio Ri.Rei, che un anno e mezzo pagano caro per le scelte fatte dalla Unisan, dalla Regione Lazio e dai sindacati, di liberarsi di una grossa fetta di lavoratori. Uomini e donne chiusi nel silenzio, nella speranza che venissero reintegrati, ma che dopo aver constatato che nessuno si interessa di loro sono usciti dal guscio per gridare la loro disperazione. «In questa testata giornalistica sono comparsi tanti articoli che, in modo veritiero, hanno raccontato quella che è stata la fine delle strutture ex Anni Verdi e dei loro utenti – sottolineano i cassintegrati – si è pensato a tutti ma a noi purtroppo non ci ha mai filato nessuno. Certo che quando si parla di 1.100 utenti disabili a rischio si mobilitano il molti, ma se si legge di 163 lavoratori posti in cassa integrazione da 18 mesi ben pochi si mobilitano. Anche noi però siamo esseri umani, anche se buttati in un angolo per questioni politiche senza sapere il perché. Hanno deciso per noi, per la nostra sorte lavorativa e per la nostra vita, visto che il nostro lavoro ci forniva il sostentamento quotidiano per le nostre famiglie. Hanno organizzato tutto per bene, approfittando della crisi economica, un’enorme parolone dietro cui si celano tutte le schifezze politiche, per metterci in cassa integrazione, promettendo ed impegnandosi con tanto di firma posta sul verbale d’accordo con la Regione Lazio, per assicurarci la formazione che il nostro datore di lavoro ci doveva fornire da quando ha preso possesso di Anni Verdi». «La nostra formazione – continuano i lavoratori in mobilitazione - era finalizzata al corso di Operatore Socio Sanitario, il cui costo andava dai 2.000 ai 4.500 euro per cui, ben contenti che la Regione si impegnasse in tal senso, abbiamo accettato l’accordo. Invece i corsi sono stati bloccati e noi ci siamo ritrovati tutti a casa. Ci avevano garantito, al tavolo di trattative (sindacati, Regione, datore di lavoro), che avrebbero pensato a noi, che ci avrebbero dato quella formazione che dal 2006 in realtà ci avrebbe dovuto fornire il datore di lavoro, che doveva solo ufficializzare a tutti gli effetti la nostra professionalità. Sono passati i giorni, le settimane, i mesi, ed oggi dopo un anno e mezza siamo ancora in cassa integrazione e la formazione ancora non si vede. Tutti ci hanno usati come merce di scambio e poi ci hanno gettati via. Chi doveva in teoria difenderci, ovvero i sindacati, si sono comportati in modo infido. Questi corsi definiti di formazione, rilasciano un semplice attestato di frequenza e per avere un valore legale dovrebbero essere composti da più di 300 ore di frequenza per cui, gli attestati che abbiamo conseguito, hanno lo stesso valore della carta straccia. Se pensiamo che la condizione primaria per essere reintegrati al nostro posto di lavoro è la formazione, crediamo che c’è qualcosa che non funziona se siamo ancora senza lavoro. E di tutto ciò dobbiamo ringraziare il nostro datore di lavoro, ma sopratutto i sindacati e la Regione Lazio, che hanno avuto una importanza primaria nella trattativa per la cassa integrazione, il cui unico scopo era quello del licenziamento di circa 120 poveri Cristi che, per intrallazzi vari, sono stati posti sull’altare come vittime sacrificali. Le nostre famiglie sono disastrate, non sappiamo come sbarcare il lunario. C’è da pagare gli affitti o le rate del mutuo, mangiare, vestirsi e dare a sé stessi e ai propri figli una vita dignitosa. Ci sono coniugi che si sono separati e famiglie intere sbattute in mezzo ad una strada». «Perchè? – si domandano i cassintegrati - Perchè si deve risparmiare sui costi, siamo tutti disperati ma non troviamo altro che porte chiuse e un muro di gomma che è difficile da abbattere. Siamo lavoratori che hanno una fascia di età che va dai 40 ai 50 anni e sarà difficile trovare un altro lavoro».

(19 Ott 2011 - Ore 21:08)

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